Documenti

Qui di seguito i vari documenti che possiamo scrivere.

  • DUVRI Open or Close

    DUVRI Il Documento unico di valutazione dei rischi da interferenza (DUVRI) è un documento scritto con il quale sono valutati i rischi e nel quale sono indicate le misure adottate per eliminare o, ove ciò non è possibile, ridurre al minimo i rischi da interferenze fra le attività affidate ad appaltatori e lavoratori autonomi, e loro eventuali subcontraenti, e le attività svolte nello stesso luogo di lavoro dal Committente.

    Tale materiale attesta inoltre l’avvenuta informazione nei confronti degli operatori economici affidatari circa i rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui gli stessi dovranno operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate.

    Il documento è allegato al contratto.

    Tutti i rischi derivanti da interferenze correlati all’affidamento di attività all’interno dell’Azienda o dell’unità produttiva, evidenziati nel DUVRI, vengono denominati rischi interferenti.

    A titolo esemplificativo, sono rischi interferenti, per i quali occorre redigere il DUVRI: rischi derivanti da sovrapposizioni di più attività svolte ad opera di appaltatori diversi; rischi immessi nel luogo di lavoro del committente dalle lavorazioni dell’appaltatore; rischi esistenti nel luogo di lavoro del committente, ove è previsto che debba operare l’appaltatore, ulteriori rispetto a quelli specifici dell’attività propria dell’appaltatore; rischi derivanti da modalità di esecuzione particolari (che comportano rischi ulteriori rispetto a quelli specifici dell’attività appaltata), richieste esplicitamente dal committente; rischi derivanti dalle attività svolte dall’appaltatore nei confronti di eventuali soggetti terzi saltuariamente presenti nell’unità produttiva dove è chiamato a fornire la sua prestazione.

    Invece, non sono rischi interferenti quelli specifici propri dell’attività del committente, degli appaltatori o dei lavoratori autonomi affidatari di attività interferenti.

    Costi relativi alla sicurezza della salute e sicurezza del lavoro derivanti da rischi interferenti sono da intendersi le maggiori spese derivanti dall’adozione di particolari misure di prevenzione e protezione connesse alla presenza di rischi da interferenza; sono esclusi da questi i costi per la sicurezza connessi alle attività proprie del Committente e dell’appaltatore o lavoratore autonomo affidatari.

    L’obbligo di elaborare e allegare il DUVRI ricorre esclusivamente nell’ipotesi di affidamento di attività ad operatori economici attraverso il contratto d’appalto di cui all’art. 1655 c.c. ovvero il contratto d’opera di cui all’art. 2222 c.c., ovvero il contratto di somministrazione di cui all’art. 1559 c.c. (con esclusione, quindi, di ogni altra ipotesi contrattuale non riconducibile a tali fattispecie).

    In particolare:

    • qualora il contratto sia stipulato in forma non scritta, è da ritenere che il DUVRI possa essere allegato a qualunque documento idoneo ad individuare il contratto (ad es. la conferma d’ordine);
    • il DUVRI riguarda esclusivamente le eventuali interferenze tra le attività svolte in un medesimo luogo di lavoro. Per tutti gli altri rischi non riferibili alle interferenze, resta immutato l’obbligo per ciascun operatore economico, committente o appaltatore, di valutare i rischi specifici inerenti la propria attività, di elaborare il relativo Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) e di provvedere all’attuazione delle misure di sicurezza necessarie per eliminare o ridurre al minimo tali rischi;
    • l’espressione “eliminare le interferenze” è da intendere riferita ai rischi lavorativi derivanti dalle stesse interferenze, avendo comunque presente che le diverse attività lavorative possono interferire senza che si evidenzino rischi per i lavoratori;
    • l’unicità del documento mira ad evitare che gli operatori economici operanti nello stesso luogo di lavoro possano adottare misure non coerenti tra loro ai fini dell’eliminazione o della riduzione al minimo dei rischi da interferenze durante lo svolgimento delle attività. Sembra pertanto plausibile che il DUVRI si configuri quale strumento “unico” e “dinamico” riferibile alla totalità delle attività affidate e svolte contestualmente;
    • l’obbligo di elaborazione del DUVRI vige anche nel caso di affidamento di lavori o servizi rientranti nell’ambito dell’intero ciclo produttivo dell’azienda committente, comprendendo quindi anche tutti quegli appalti extra aziendali, necessari al ciclo produttivo dell’opera o del servizio e che non siano semplicemente preparatori o complementari all’attività in senso stretto;
    • sono da escludere dall’obbligo di redazione del DUVRI, le attività che, pur rientrando nel ciclo produttivo aziendale, si svolgono in locali sottratti alla giuridica disponibilità del committente; sono da escludere dall’obbligo di redazione del DUVRI e dalla conseguente stima dei costi della sicurezza: la mera fornitura senza installazione (cioè senza procedure che generano interferenze), i servizi forniti non all’interno dei luoghi di lavoro del committente, i servizi di natura intellettuale;
    • nei contratti rientranti nel campo di applicazione del Titolo IV del D.lgs 81/08, l’analisi dei rischi da interferenze e la stima dei costi sono contenuti nel PSC, e quindi non è necessaria la redazione del DUVRI;
    • il DUVRI non è previsto nel caso di affidamento di lavori o servizi la cui durata non sia superiore a due giorni: si ritiene che i due giorni di cui alla norma in esame siano da computarsi con riferimento ad un arco temporale non necessariamente continuativo, ma anche complessivo e derivante dal cumulo delle singole prestazioni, anche episodiche, effettuate comunque in un lasso temporale di riferimento di ragionevole durata – come si potrebbe plausibilmente ritenere un anno solare – tenuto conto anche dell’eventuale durata contrattuale della prestazione lavorativa. Sembra opportuno sottolineare che, anche nei casi sopra detti, resta comunque obbligatoria l’osservanza delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 26, D.Lgs. 81/2008.

    Inoltre è da ritenere che il DUVRI:

    • possa essere redatto e sottoscritto da un soggetto delegato dal datore di lavoro;
    • possa essere, quando possibile, concordato con gli operatori economici affidatari di attività con rischi interferenti;
    • debba necessariamente essere definito prima della stipula del contratto e l’inizio delle attività;
    • possa essere modificato: al riguardo risulta opportuno che il committente preveda tra le somme a disposizione una voce imprevisti a cui poter attingere per la rideterminazione degli oneri di sicurezza;
    • possa essere aggiornato dal committente anche su proposta dell’esecutore del contratto, in caso di modifiche di carattere tecnico, logistico o organizzativo incidenti sulle modalità realizzative.
  • DVR Open or Close

    DVRL’aumento degli infortuni sul posto di lavoro ha fatto emergere l’esigenza di predisporre di misure di sicurezza sempre maggiori per la tutela della salute dei dipendenti.

    Il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs. 81/2008) ha previsto alcune innovazioni atte a questo scopo come i corsi di formazione per il primo soccorso, il corso antincendio, il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), etc...

    Il documento di Valutazione dei Rischi è una relazione obbligatoria che dev'essere presente all'interno del luogo di lavoro e disponibile per un eventuale esame della stessa da parte degli organi di controllo.

    Tale documentazione ha per oggetto l'individuazione di tutti i rischi presenti nell'ambiente lavorativo e nello svolgimento delle mansioni atte a causare un danno alla salute, conseguente da infortuni o malattie professionali, come ad esempio derivante dall'utilizzo di macchinari o di sostanze tossiche etc. Inoltre, questo Materiale predispone e suggerisce le misure adeguate a prevenirli e controllarli come la manutenzione periodica degli impianti e delle attrezzature e la predisposizione di un programma d'interventi allo scopo di ridurre nel tempo tali rischi e aumentare i livelli di sicurezza.

    In più, specifica come tutti i lavoratori debbano essere muniti dei mezzi idonei alla prevenzione come strumenti (caschi, protezioni..), informazioni e addestramenti.

    Chiunque possieda un'attività con soci lavoratori o dipendenti subordinati è obbligato a predisporre la valutazione dei rischi dell'ambiente lavorativo.

    Sarà quindi necessario, per la predisposizione dello stesso, rivolgersi ad aziende di consulenza apposite che redigeranno il documento tramite un'analisi e una valutazione tecnica del luogo di lavoro.

    Le aziende che però hanno meno di 10 lavoratori (compresi titolari e soci) e che non svolgono particolari attività previste all'art. 31 comma 6 della stessa legge possono predisporre un'autocertificazione della Valutazione dei Rischi ex art.29 comma 5.

    In ogni caso si deve comunque tener presene il rischio correlato a tale semplificazione, soprattutto nelle ipotesi d'infortunio.

    La Cassazione ha infatti sentenziato che l'autocertificazione della valutazione dei rischi che non risulti idonea e aggiornata da luogo alle stesse sanzioni previste per la mancata predisposizione del documento.

  • Piano di autocontrollo (HACCP) Open or Close

    Piano di autocontrollo (HACCP)Le Aziende che operano nel settore alimentare e in generale tutte quelle nelle quali i lavoratori sono a contatto con cibi e bevande hanno necessità di certificare il proprio adeguamento alla Normativa HACCP.

    La certificazione HACCP dimostra ufficialmente il rispetto di quanto previsto dalle Leggi in materia di igiene alimentare, sia a carattere nazionale sia a carattere europeo.

    Affinchè tale certificazione sia valida è necessario avvalersi di professionisti del settore, accreditati.

    L’biettivo dell’ottenimento della certificazione è dimostrare l’adozione di misure di prevenzione rischi per la sicurezza alimentare.

    I rischi per l’igiene e la sicurezza di alimenti e bevande possono essere diversi e di diversa natura.

    Pertanto il sistema HACCP prevede, innanzitutto, un’attenta valutazione dei rischistrong> (chimici, biologici, fisici) che possano eventualmente compromettere la salubrità degli alimenti.

    Autocontrollo e sistema HACCP non sono termini sinonimi; il concetto di autocontrollo ha una valenza più ampia che discende dalla responsabilizzazione dell’Operatore del settore alimentare (OSA) in materia di igiene e sicurezza degli alimenti e corrisponde all’obbligo di tenuta sotto controllo delle proprie produzioni.

    L’autocontrollo è obbligatorio per tutti gli operatori che a qualunque livello siano coinvolti nella filiera della produzione alimentare.

    L’HACCP (Hazard analysis and critical control points) è invece un sistema che consente di applicare l’autocontrollo in maniera razionale e organizzata, ed è

    obbligatorio solo per gli Operatori dei settori post-primari.

    Il sistema HACCP è quindi uno strumento teso ad aiutare gli OSA a conseguire un livello più elevato di sicurezza alimentare.

    I principi su cui si basa l’elaborazione di un piano HACCP sono 7:

    1. identificare ogni pericolo da prevenire, eliminare o ridurre;
    2. identificare i punti critici di controllo (CCP - Critical Control Points) nelle fasi in cui è possibile prevenire, eliminare o ridurre un rischio;
    3. stabilire, per questi punti critici di controllo, i limiti critici che differenziano l’accettabilità dalla inaccettabilità;
    4. stabilire e applicare procedure di sorveglianza efficaci nei punti critici di controllo;
    5. stabilire azioni correttive se un punto critico non risulta sotto controllo (superamento dei limiti critici stabiliti);
    6. stabilire le procedure da applicare regolarmente per verificare l’effettivo funzionamento delle misure adottate;
    7. predisporre documenti e registrazioni adeguati alla natura e alle dimensioni dell’impresa alimentare.
  • Piano di emergenza/evacuazione Open or Close

    Piano di emergenza/evacuazioneIl Decreto Legislativo 81/08 e s.m.i. tra le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro individua anche “le misure di emergenza da attuare in caso di primo soccorso, di lotta antincendio, di evacuazione dei lavoratori e di pericolo grave e immediato” (art.15 comma 1 lettera u).

    Il Decreto continua stabilendo che il datore di lavoro e i dirigenti devono designare preventivamente i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave ed immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione delle emergenze (art. 18 comma 1 lettera b).

    Sulla base delle prescrizioni sopra citate e all’esito della valutazione del rischio d’incendio, il datore di lavoro adotta le necessarie misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio riportandole in un piano di emergenza elaborato in conformità ai criteri dell’allegato VIII del D.M. 10/03/98.

    Il Piano di Emergenza è quindi uno strumento operativo mediante il quale vengono studiate e pianificate le operazioni da compiere per una corretta gestione degli incidenti, siano essi incendi, infortuni, fughe di gas, fuoriuscite di sostanze pericolose o qualsiasi altro evento calamitoso che determina la necessità di abbandonare la struttura (es. terremoti, inondazioni ecc..), al fine di consentire un esodo ordinato e sicuro a tutti gli occupanti di un edificio.

    Il piano di Emergenza tende a perseguire i seguenti obbiettivi:

    1. prevenire o limitare pericoli alle persone;
    2. coordinare gli interventi del personale a tutti i livelli, in modo che siano ben definiti tutti i comportamenti e le azioni che ogni persona presente nell’Azienda deve mettere in atto per salvaguardare la propria incolumità e, se possibile, per limitare i danni ai beni e alla struttura dell’edificio;
    3. intervenire, dove necessario, con un pronto soccorso sanitario;
    4. individuare tutte le emergenze che possano coinvolgere l’attività, la vita e la funzionalità dell’impianto;
    5. definire esattamente i compiti da assegnare al personale che opera all’interno dell’Azienda, durante la fase emergenza.

    Nella formulazione del Piano si provvede, tra l’altro a predisporre le mappe dei vari piani con indicazione delle vie d'uscita, scale, ascensori, aree sicure, ubicazione apprestamenti e mezzi antincendio, e con l’ indicazione di un’ area esterna come punto di ritrovo in caso di evacuazione.

    Il piano contiene nei dettagli:

    1. le azioni che i lavoratori devono mettere in atto in caso di emergenza;
    2. le procedure per l’evacuazione del luogo di lavoro che devono essere attuate dai lavoratori e dalle altre persone presenti;
    3. le disposizioni per chiedere l’intervento dei Vigili del Fuoco o dell’ambulanza e fornire le necessarie informazioni al loro arrivo;
    4. le specifiche misure per assistere le persone disabili;
    5. l’identificazione di un adeguato numero di persone incaricate di sovrintendere e controllare l'attuazione delle procedure previste.

    La redazione del Piano di Emergenza è obbligatoria per tutti i luoghi di lavoro ove sono occupati 10 o più dipendenti ed in quelli ove si esercitano attività soggette al controllo dei Vigili del Fuoco ai sensi del D.M. 16/02/1982 (es. attività 91:Impianti per la produzione del calore alimentati a combustibile solido, liquido o gassoso con potenzialità superiore a 100.000 Kcal/h; attività 85: Scuole di ogni ordine, grado e tipo, collegi, accademie e simili per oltre 100 persone presenti ecc.)

  • Procedure standardizzate Open or Close

    Procedure standardizzateCon l’introduzione del Testo Unico sulla Sicurezza, il DLgs n°81 del 2008, nel panorama legislativo italiano, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, si è fatto sempre più importante il concetto di procedura standardizzata, applicata, in particolare, alla valutazione dei rischi nei luoghi di lavoro.

    Una procedura standardizzata è un modello di esecuzione di una valutazione di un determinato rischio, riconosciuto a livello internazionale e prodotto da enti e istituzioni riconosciute a livello nazionale e globale.

    Le procedure standardizzate, come abbiamo visto, sono state introdotte dal D.Lgs. 81, all’art. 29, comma 5, come strumento ulteriore, in mano a tutti i datori di lavoro, per effettuare una delle procedure più importanti dell’intero comparto della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e cioè la valutazione dei rischi.

    La valutazione dei rischi prevede che il datore di lavoro, insieme a tutte le altre figure previste dalla legge, si occupi dell’analisi dettagliata di tutti i fattori che, potenzialmente, possono rivelarsi pericolosi per la salute e la sicurezza sul lavoro. L’utilizzo delle procedure standardizzate è un notevole passo avanti per la sicurezza, poiché permette l’utilizzo di conoscenze e competenze riconosciute come ottimali, in diversi contesti, facendo, così, tesoro di numerose esperienze.

    Grazie all’applicazione delle norme standardizzate, i datori di lavoro possono accedere ad un prezioso bagaglio informativo e tecnico che li aiuta nel delicato compito della valutazione dei rischi.

    L’utilizzo delle procedure standardizzate, nel processo di verifica dei rischi, è obbligatorio per tutte quelle imprese che hanno fino a dieci dipendenti e facoltativo per le imprese fino a cinquanta dipendenti.

    Con l’applicazione di questa particolare norma, prevista nel Testo Unico sulla Sicurezza, le imprese fino a 10 dipendenti saranno obbligate a utilizzare le norme standardizzate, mentre, fino ad ora, era stata in vigore una speciale deroga che permetteva, ai datori di lavoro di queste imprese, di avvalersi di una autocertificazione della valutazione dei rischi.

  • Rischio chimico Open or Close

    Rischio chimicoIl rischio chimico all’interno degli ambienti di lavoro è molto più diffuso di quanto si possa pensare ad una prima valutazione; a differenza di quanto si creda, infatti, non ne sono interessate esclusivamente le industrie chimiche o le raffinerie, o i laboratori di ricerca e sintesi, bensì una più vasta casistica di attività lavorative.

    Partendo infatti dalla seguente definizione di agente chimico, come ricavata dall’art 222 del D.Lgs 81/08 : tutti gli elementi o composti chimici, sia da soli sia nei loro miscugli, allo stato naturale o ottenuti, utilizzati o smaltiti, compreso lo smaltimento come rifiuti, mediante qualsiasi attività lavorativa, siano essi prodotti intenzionalmente o no e siano immessi o no sul mercato si può facilmente intuire come gli agenti chimici siano di per se parte della nostra esistenza quotidiana: dai prodotti per le pulizie e la disinfezione, a quelli per la stampa o per la conservazione degli alimenti. Una così elevata presenza di sostanze chimiche, anche potenzialmente pericolose, comporta una diffusione del rischio chimico nei luoghi di lavoro ed un corrispondente rilevante numero di lavoratori esposti, a volte, in modo del tutto inconsapevole.

    A motivo di questa diffusione si è reso da tempo necessario un sistema univoco di classificazione degli agenti chimici, che prevede una prima macro-distinzione in due classi:

    1. gli agenti con proprietà pericolose di tipo chimico-fisico, a loro volta declinati in agenti infiammabili, esplosivi, comburenti e corrosivi;
    2. gli agenti con proprietà tossicologiche, ulteriormente distinti a loro volta in sostanze nocive, sensibilizzanti, irritanti, tossiche, teratogene e cancerogene.

    Se generalmente l’esposizione accidentale e non adeguatamente controllata agli agenti della prima classe genera un infortunio, l’esposizione ad agenti della seconda classe genera una malattia professionale.

    Un primo strumento per l’immediata valutazione della pericolosità eventuale di un prodotto chimico è costituito dall’etichettaturastrong>, così come ridefinita dal regolamento europeo (REACH e CLP) di recente definitiva introduzione, in vigore dal 01 giugno 2015strong>, che definisce nove diversi pittogrammi di rischiostrong> ognuno dei quali illustra una tipologia di pericolo associata alle proprietà intrinseche della sostanza. I pittogrammi, di forma romboidale in campo bianco con cornice rossa, riprendono, e in parte modificano, i simboli di rischio precedentemente in vigore di colore arancione e nero, rinnovandone in alcuni casi solo la grafica, e, in altri casi, introducendo una nuova simbologia (es. effetti a lungo termine sull’organismo, recipienti sotto pressione).

    La normativa italianastrong> che riguarda tutti gli aspetti della valutazione del Rischio Chimico, applicata ai luoghi di lavoro, è rintracciabile nel Titolo IX del D.Lgs 81/08, e si articola su tre Capi principalistrong>:

    1. Capo I – Protezione da agenti chimici;
    2. Capo II – Protezione da agenti Cancerogeni e Mutageni;
    3. Capo III – Protezione da rischi connessi all’amianto.

    Come già accennato in precedenza le normative europee di riferimento che hanno introdotto importanti novità nell’intero panorama del Rischio Chimico a livello internazionale, sono:

    1. il Regolamento (CE) n.1907/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 (REACH, Registration, Evaluation, Authorization of CHemicals);
    2. il Regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 (CLP – Classification Labelling Packaging) ai quali fanno riferimento ulteriori recenti documenti emessi dalla Commissione Consultiva permanente in materia di Valutazione del Rischio chimico e che illustrano nel dettaglio le linee guida per effettuare correttamente la valutazione, riconosciute a livello Italiano ed in armonia con quanto definito dalla comunità Europea.

    A prescindere dalla linea guida utilizzata per la valutazione del Rischio chimico, l’esito della valutazione dovrà risultare o basso per la sicurezza e irrilevante per la salute”, o “non basso per la sicurezza e non irrilevante per la salute”, ed in questo secondo caso il datore di lavoro dovrà necessariamente adottare tutte le misure preventive e le disposizioni come definito negli art 225 e 226 del Testo Unico.

    Il processo di valutazione del Rischio da esposizione ad agenti chimici si articola, su tre fasi fondamentali:

    1. Valutazione del pericolo. Alla base vi è un’attenta e scrupolosa analisi della Scheda di Sicurezza del prodotto, in cui sono elencate e descritte tutte le proprietà intrinseche di pericolo della sostanza oggetto della valutazione.
    2. Valutazione dell’esposizione. Deve tenere conto delle modalità attraverso la quale i lavoratori esposti possono entrare in contatto con la sostanza, della frequenza di utilizzo, della quantità massima e di valutazioni ambientali e rilevazioni biologiche volte a caratterizzare la presenza della sostanza nell’ambiente di lavoro e/o l’assorbimento nell’organismo.
    3. Caratterizzazione del rischio. Sulla base dei risultati risultati emersi dalle due fasi precedenti il Datore di Lavoro elabora una serie di misure preventive, protettive e di sorveglianza sanitaria, rivolte a eliminare o ridurre, la possibilità di esposizione alla sostanza nell’ambito dello scenario lavorativo analizzato, e in parallelo a monitorarne la presenza e la diffusione.
  • Rischio incendio Open or Close

    Rischio incendioPrima di entrare nel merito dei criteri utilizzati per effettuare la classificazione, è opportuno ricordare la distinzione tra pericolo e rischio incendio, ove per “pericolo” si intende la proprietà intrinseca di determinai materiali o processi lavorativi che presentano una potenzialità di causare un incendio, mentre per “rischio” si intende la probabilità che si raggiunga il livello potenziale dell’accadimento, cioè che si verifichi un incendio e che le persone e/o le attrezzature ne subiscano i danni derivanti.

    Per fare un esempio si pensi alla caratteristica di infiammabilità di una sostanza come al “pericolo”, e alle diverse condizioni di utilizzo della stessa, in relazione alle fonti di innesco ed alla presenza di un comburente, come alla probabilità che si sviluppi un incendio (Rischio).

    La normativa di riferimento che regolamenta tutti gli aspetti della gestione del rischio incendio è il Decreto Ministeriale 10/03/1998, ancora ad oggi in vigore, all’interno del quale (nell’Allegato I) si possono individuare i criteri utilizzabili dalle aziende per effettuare la valutazione del Rischio Incendio e la relativa classificazione.

    Applicando le linee guida contenute nell’allegato del decreto, l’esito della valutazione risulterà quindi in una classificazione che distinguerà i luoghi di lavoro in:

    1. Luoghi di lavoro a rischio di incendio basso : [..] sono presenti sostanze a basso tasso di infiammabilità e le condizioni locali e di esercizio offrono scarse possibilità di sviluppo di principi di incendio ed in cui, in caso di incendio, la probabilità di propagazione dello stesso è da ritenersi limitata.
    2. Luoghi di lavoro a rischio di incendio medio: [..] sono presenti sostanze infiammabili e/o condizioni locali e/o di esercizio che possono favorire lo sviluppo di incendi, ma nei quali, in caso di incendio, la probabilità di propagazione dello stesso è da ritenersi limitata.
    3. Luoghi di lavoro a rischio di incendio elevato [..] : sono presenti sostanze altamente infiammabili e/o per le condizioni locali e/o di esercizio sussistono notevoli probabilità di sviluppo di incendi e nella fase iniziale sussistono forti probabilità di propagazione delle fiamme, ovvero non è possibile la classificazione come luogo a rischio di incendio basso o medio.

    Diversi provvedimenti si sono succeduti dal 1998 ad oggi in materia di prevenzione incendi, ultimo dei quali il recente DM del 03/08/2015,rivolti a chiarire e semplificare alcuni aspetti della normativa di riferimento.

    Lo stesso D.Lgs 81/08 nell’art 46 relativo alla prevenzione incendi, affronta la tematica facendo sempre e comunque riferimento ai contenuti del già citato DM 10/03/98 e del successivo DM nr 139 del 08/03/06 in materia di organizzazione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

    Direttamente coinvolto nel processo di valutazione del rischio incendio e di gestione delle emergenze è come sempre il Datore di Lavoro, o l’eventuale dirigente che può ricevere delega ai sensi dell’art 16 del D.Lgs 81/08 per la gestione degli aspetti dell’antincendio.

    Il ruolo prevede l’obbligo della nomina degli addetti alla squadra di gestione delle emergenze (art 16 comma b) e della gestione dell’emergenza incendio (comma f) adottando le misure necessarie per evitare lo sviluppo di un incendio (o comunque rivolte a contenerne i danni a persone e cose), e applicando i corretti metodi di controllo sui presidi e di manutenzione sugli impianti.

    Il Datore di lavoro è inoltre tenuto, avvalendosi eventualmente della consulenza di tecnici qualificati come può essere lo stesso RSPP aziendale, ad effettuare la valutazione del rischio incendio, tenendo conto innanzitutto della attività aziendali, della natura dei materiali immagazzinati e manipolati, della presenza di attrezzature che possano generare inneschi, della infiammabilità dei materiali costruttivi e degli arredi e del numero di persone presenti nonché della loro capacità di allontanarsi celermente in caso di emergenza.

    I risultati dell’esito determineranno l’appartenenza ad una delle tre categorie inizialmente citate (basso – medio –alto); va comunque precisato che indipendentemente dalle caratteristiche del luogo di lavoro, alcuni di questi in considerazione di particolari requisiti relativi all’affollamento delle persone ed alla loro capacità di deambulazione, vanno comunque classificati come a rischio alto.

    A titolo esemplificativo, e come riportato anche nell’allegato IX del DM 10/03/98, ed ai sensi del DPR 151/2011, si illustrano di seguito alcuni casi di classificazione incendio per ognuna delle tre categorie.

    1. Ambienti di lavoro ad alto rischio di incendio:
      • alberghi con oltre 200 posti letto;
      • ospedali, case di cura e case di ricovero per anziani;
      • scuole di ogni ordine e grado con oltre 1000 persone presenti;
      • uffici con oltre 1000 dipendenti;
      • alberghi con oltre 200 posti letto;
      • fabbriche e depositi di esplosivi;
      • centrali termoelettriche;
      • impianti di estrazione di oli minerali e gas combustibili;
      • impianti e laboratori nucleari.

    2. Ambienti di lavoro a medio rischio di incendio: (da tabella 1 del DPR 151/2011):
      • fabbriche di mobili e di infissi con oltre 50 addetti;
      • industria dell’arredamento e dell’abbigliamento con oltre 75 addetti;
      • industria della carta con oltre 100 addetti;
      • magazzini di vendita con oltre 50 addetti;
      • uffici e aziende con oltre 300 dipendenti;
      • i cantieri temporanei e mobili ove si detengono ed impiegano sostanze infiammabili e si fa uso di fiamme libere, esclusi quelli interamente all’aperto.

    3. Ambienti di lavoro a basso rischio di incendio: ambienti di lavoro dove sono presenti limitate quantità di materiali infiammabili (carta o arredi) e/o sostanze poco infiammabili e dove i processi lavorativi difficilmente potranno generare il rischio di sviluppo e propagazione di un incendio. condizioni di esercizio offrono limitate possibilità di sviluppo di un incendio.
    4. Ne fanno parte quindi:

      • gli uffici;
      • le aziende di servizi in genere;
      • gli esercizi commerciali scarsamente affollati, gli studi professionali, ecc.
  • Rischio rumore e vibrazione Open or Close

    Rischio rumore e vibrazioneIn tutte le attività produttive, che impieghino lavoratori subordinati o ad essi equiparati, il Datore di lavoro ha l'obbligo, sancito dal D.Lgs. 81/2008 corretto ed integrato dal D.Lgs. 106/09, di valutare i rischi derivanti da rumore e vibrazioni.

    In particolare, a norma degli articoli 190 e 202 dei decreti sopra citati, il Datore di Lavoro deve verificare se durante il ciclo operativo i valori intensimetrici del rumore e delle vibrazioni superano i limiti stabiliti dalla legge; in caso affermativo al Datore di Lavoro viene richiesto di elaborare un programma ove siano descritte le misure tecniche, organizzative e procedurali di prevenzione e protezione, atte a prevenire i danni cui possono essere soggetti i dipendenti interessati.

    Il Datore di lavoro deve inoltre dimostrare che i dispositivi di protezione per l'udito consegnati al personale possiedano le caratteristiche di attenuazione adeguate alla tipologia del rumore rilevato.

    Il C.E.S.I. è in grado di assistere il Datore di Lavoro per l'adempimento di questi obblighi tramite persona qualificata e con strumentazione conforme ai disposti di legge e dalle norme tecniche UNI EN ISO applicabili per il rischio monitorato; le valutazioni di questi rischi verranno effettuate con le metodologie stabilite dai D.Lgs. 81/08 e 106/09, Linee guida Ispesl, norme di buona tecnica specifiche di settore UNI EN ISO e di buona prassi (D.lgs. 106/09, art. 2 comma 1, lettere u - v - z).

    Per la valutazione del rischio rumore si procederà con i seguenti interventi:

    1. Analisi cicli tecnologici, modalità di esecuzione del lavoro, variabilità delle lavorazioni, caratteristiche del rumore (costante, fluttuante, impulsivo, ciclico), individuazione dei dipendenti potenzialmente esposti;
    2. Effettuazione delle misure fonometriche sui posti e aree di lavoro con la rilevazione delle seguenti grandezze:
      • livello sonoro continuo equivalente ponderato A (LAeq,T);
      • livello sonoro continuo equivalente ponderato C (LCeq,T);
      • livello sonoro di picco C (Lpicco,C).
    3. Calcolo dei descrittori di esposizione (Lex,8h - Lex,w - Lpicco,C) dei lavoratori e confronto dei risultati coi limiti di legge;
    4. Valutazione dell'efficienza ed efficacia dei dpi consegnati ai lavoratori mediante il calcolo dell'attenuazione fornita;
    5. Stesura della relazione tecnica, consegna ed illustrazione.

    Invece, per quanto concerne invece il rischio vibrazioni, la valutazione sarà articolata nelle seguenti fasi operative:

    1. Analisi cicli tecnologici e modalità di esecuzione del lavoro per i dipendenti potenzialmente esposti a rischio vibrazioni meccaniche a carico del sistema mano/braccio e corpo intero;
    2. Effettuazione delle misure vibrometriche sulle attrezzature utilizzate che comportano il rischio vibrazioni a carico del sistema mano-braccio (HAV);
    3. Effettuazione delle misure vibrometriche sui mezzi impiegati che comportano il rischio vibrazioni a carico del corpo intero (WBV);
    4. Calcolo del livello di esposizione a vibrazione A(8) [ m/s2 ] degli operatori interessati e confronto coi limiti di legge;
    5. Stesura della relazione tecnica, consegna ed illustrazione.
  • Stress da lavoro correlato Open or Close

    Stress da lavoro correlatoLo stress lavoro correlato: benessere organizzativo = benessere della persona.

    La prevenzione dello stress è doverosa e funzionale al miglioramento della performance aziendale.

    Il D. Lgs 81/08 in materia di sicurezza negli ambienti di lavoro, ha introdotto l’obbligo di valutazione dello stress lavoro correlato in tutte le organizzazioni.

    Tale adempimento è incluso nella più generale Valutazione dei Rischi dell’azienda, e come tale è un obbligo inderogabile – sanzionato penalmente – per tutti i datori di lavoro.

    Lo scopo della norma è favorire la crescita di consapevolezza e comprensione dello stress da parte dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentanti elevando l’attenzione sui segnali che potrebbero indicare problemi di stress lavoro correlato.

    Lo scopo della valutazione del rischio stress lavoro correlato è guidare e sostenere datori di lavoro e lavoratori nella riduzione del rischio, attraverso l’analisi degli indicatori oggettivi aziendali e l’eventuale rilevazione delle condizioni di stress percepito dai lavoratori.

    Svolta nel rigoroso rispetto della normativa e delle principali linee guida disponibili, l’attività di valutazione del rischio stress lavoro correlato è un processo che si articola in quattro fasi principali:

    1. valutazione preliminare degli indicatori oggettivi di stress;
    2. valutazione approfondita degli indicatori soggettivi di stress;
    3. pianificazione degli interventi successivi e loro monitoraggio;
    4. Ripetizione della valutazione.